mercoledì 7 giugno 2017

Tibet, mon amour - prima parte


Quando si pensa al lontano Tibet le prima cose che vengono alla mente sono la neve e le montagne, il buddhismo con il Dalai Lama, i monaci, il palazzo del Potala e le stupe. Per noi occidentali il Tibet ha sempre esercitato un fascino sull’immaginario collettivo, come dimostra Lost horizon (1933), il celebre racconto di James Hilton che descrive Shangri-la, luogo immaginario in una valle himalayana sperduta, divenuto un simbolo per l’idealizzazione del mondo perduto come “paradiso” e che ha contribuito non poco all’idea di un Tibet sede di conoscenze ultramillenarie.


Il mito della perduta civiltà di Agarthi, che coincideva con quello caro alla fantascienza della Terra cava al centro, influì anche sulle società esoteriche a cavallo del Novecento, dalla Società Teosofica Internazionale di Madame Blavatsky alla Società Thule, dal cui nucleo sorse il partito nazionalsocialista di Hitler; e proprio i nazisti organizzarono spedizioni sugli altopiani tibetani alla ricerca di Agarthi, dove si riteneva che risiedesse un popolo di Antichi, progenitori degli Ariani.


Anche il mondo delle bedé non poteva sottrarsi al fascino del Tetto del mondo, per cui alcuni dei principali personaggi hanno almeno una volta fatto un viaggio in quel lontano paese.


Si inizia con Tintin nel Lotus Bleu (1934), con cui Hergé ha spalancato le porte dell’immaginazione sul favoloso Oriente misterioso. Il suo esempio è seguito da Jijé con un episodio di Trinet et Trinette pubblicato nel 1939 su Le Journal de Spirou, Dans l’Himalaya.



Nel 1946, Edgar Pierre Jacobs fa iniziare sul primo numero del settimanale Tintin, edito da Raymond Leblanc, Le secret de l’Espadon, primo episodio di Blake et Mortimer.


Il racconto si apre con un attacco al mondo occidentale, che scatena una terza guerra mondiale, da parte del dittatore Basam-Dandu, imperatore di un fantomatico Impero Giallo con sede a Lhassa.



Nel 1954, su Le Journal de Spirou esce Les Soucoupes volantes, nono episodio di Blondin et Cirage, di Jijé e Franquin: i due protagonisti partono per il Tibet alla ricerca dell’abominevole uomo delle nevi, salvo poi incontrare esseri che usano dischi volanti!


Nel 1960, Jean-Michel Charlier e Victor Hubinon inviano Buck Danny e i suoi due amici piloti negli episodi 22 e 23, Top Secret e Mission vers la valleé perdue, in missione in Tibet, in cui hanno a che fare con monaci agguerriti.



Nel medesimo anno esce Tintin au Tibet, ventesimo episodio creato da Hergé: apparentemente si tratta di una “quête” in cui Tintin e Haddock partono alla ricerca dell’amico Tchang, protagonista del Lotus Bleu, apparso in pericolo in un sogno del reporter con il ciuffo. In realtà è un racconto cardine per George Remi, alias Hergé, perché rappresenta il punto di svolta sul suo percorso verso il raggiungimento di un suo equilibrio interiore. In un momento cruciale della propria vita l’autore è in crisi, sono in bilico tutti quei valori inculcati in gioventù dall’educazione cattolica ricevuta e dall’insegnamento scoutistico, valori che hanno costituito la base per le avventure di Tintin.


In pratica è preda di rimorsi per il tradimento nei confronti della moglie Germaine Kieckens a causa della sua tresca amorosa con la giovane Fanny Vlamynck, colorista degli Studios Hergé e sua futura moglie. L’episodio non ha un cattivo di turno o complotti internazionali da sconfiggere, è una semplice storia di amicizia, la ricerca affannosa di un amico, traslazione del reale rapporto amichevole fra George e il cinese Tchang, che lo aveva aiutato per l’episodio Le Lotus Bleu, e di cui non ha più notizie dopo la rivoluzione culturale cinese.


Il racconto, quindi, è un inno all’amicizia, con Tintin che si spinge oltre ogni misura nella speranza di salvare Tchang, vincendo tutti gli ostacoli e i pregiudizi frutto dell’ignoranza. E ci riesce. In scena anche l’abominevole uomo delle nevi, una creatura che non ha niente di abominevole se non il nefasto pregiudizio degli uomini su di essa.


Nell’episodio predomina il candore delle nevi, il bianco, simbolo di purezza, e Hergé, che sogna ricorrenti incubi di colore bianco, va da uno psicanalista affinché lo aiuti a uscire dalla grave crisi depressiva in cui è caduto. Il medico gli spiega che tali incubi rappresentano un suo bisogno interiore di purezza per cui gli consiglia di smettere di lavorare.


Invece, fortunatamente per noi, l’autore decide di combattere i propri demoni e di creare questo capolavoro della bedé. E se è vero che Tintin è l’avatar di Hergé, non è un caso che anche Tintin viva la solitudine e l’angoscia negli altopiani tibetani, prima di trovare un proprio equilibrio, ritrovando l’amico, rappresentazione di quella purezza cui aspira George.


Nel 1967, Tif et Tondu, nel tredicesimo episodio, Le Grand Combat, di Maurice Rosy e Will, si scontrano ancora una volta con Mr. Choc in un duello in cui si mescolano le tradizioni tibetane.


Si deve arrivare agli anni 70, sull’onda delle contestazioni giovanili, della ricerca di un Io interiore con meditazione tramite droghe e filosofie orientali, che tornano di moda i viaggi in Oriente. E anche la bedé si adegua.


Un caso fortuito vuole che siano proprio due autori svizzeri, Cosey e Daniel Ceppi, ad aver scelto i viaggi in Oriente come tema e ambientazione delle storie, dei loro rispettivi personaggi: Jonathan (1975) e Stéphane Clément (1977). Autori molto intimisti e poco avventurosi nel senso classico della parola, su Jonathan stiamo pubblicando alcuni post in concomitanza con l’uscita degli episodi nella Collana Avventura della Gazzetta dello Sport, mentre la saga di Ceppi meriterebbe anch’essa una riedizione integrale, soprattutto perché rimasta inedita dopo i primi numeri tradotti anni addietro.



  
Le Lama Blanc (1988), scritto da Alejandro Jodorowsky e disegnato da Georges Bess, è una saga mistica sospesa fra poesia e violenza, fra riferimenti storici e finzione narrativa, in cui si affronta il mistero della spiritualità come solo un visionario alla stregua di Jodorowsky sa fare.



Nel 1989, Bob et Bobette, disegnati da Paul Geert, si ritrovano sull’Himalaya nell’episodio 220 della serie rossa, intitolato Sagarmatha.



Nel 2008, il sedicesimo episodio di Largo Winch, La voie et la vertu, di Jean Van Hamme e Philippe Francq è ambientato nel paese delle nevi.



Indubbiamente nella maggior parte degli episodi succitati ne esce un Tibet di maniera; solo in Tintin in Tibet e in tutta la saga di Jonathan troviamo i punti più alti raggiunti dalla bedé nella rappresentazione dell’ammaliante, per noi occidentali, paese e della sua millenaria cultura.



Nessun commento: